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Antonella Raio

Fascia d'età:
under 50
Descrizione

Da circa tre anni ho trovato uno studio che accoglie in pieno la mia ricerca artistica, il vivaio Calvanese.
Un antico vivaio che sembra non appartenere al nostro tempo. Fuso in una natura che, se pur manovrata dall’uomo, sembra contenere quella sacralità indicatrice di possibili strade, che mi pongono in ascolto.
L’arte mi permette di porre l'attenzione sull'altro. Il mio intento è di creare opere che siano pretesti per fermare lo spettatore, il quale  in una giornata qualsiasi si può imbattere in un piccolo buco nero, che lo catapulta altrove. Trasformo le reazioni degli spettatori in audio, video e foto. Questo materiale diventa la parte viva delle mie sculture. Lavorando sull’altro mi trovo spesso ad analizzare tematiche legate al sacro, che ripropongo come prime forme del fare creativo.

Negli ultimi anni il mio lavoro ha trovato nella natura non solo concept sperimentali, ma il materiale stesso delle mie sculture, ed è per questo che ho cercato uno spazio che mi potesse aiutare in questo cambiamento.
Il vivaio Calvanese è un vivaio aperto al pubblico e ogni giorno è visitato da diverse persone.

Quest’apertura costante del luogo mi ha completamente cambiato artisticamente. Ogni minuto del mio lavoro può sempre essere condiviso, anche se sono presa nell’ attimo creativo, concentrata nel mio dentro. Ecco che arriva qualcuno che tutto si aspettata da un viviaio, meno che un laboratorio artistico. In questo inaspettato incontro mi fermo e condivido il momento. Questa totale apertura mi sta facendo rimettere in discussione tutto il concetto di intimità e di spazio privato.

In questo luogo sono continuamente a vista, ma stranamente la natura che lo abita riesce a creare in me una discrezione rara. Come se fossi sempre in una sorta di armonia in cui l’altro è parte di quest’ “insieme”. 
Questa intima ricerca forse un giorno finirà e forse lascerò questo luogo. Lo lascerò quando avrò capito un po’ di più sui sistemi naturali e il loro coesistere, quando avrò capito cosa vuole raccontare un albero e come un seme non contiene la morte ma il futuro già formato. Ogni volta che tocco una foglia so che contiene qualcosa di altro. Per ora le uso come fogli che compongono le mie sculture, ma sono consapevole di essere ancora al primo passo, alla prima pagina di un racconto, la cui fine è solo una parte del percorso.
In questo Studio lo spazio è minimo, anche se sembra ampio. Tutto ha il suo posto e le piante non possono essere spostate perchè soffrirebbero, cosi come nel mio piccolo laboratorio tutto occupa uno spazio e ciò che si aggiunge non sempre migliora.

Allora ti chiedi cosa sottrarre per mantenere l’armonia? Cosa è superfluo? Se la natura ti offre foglie più dure del cuoio e se un tronco caduto ti dà la possibilità di comprendere come nasce una struttura sociale, perché non utilizzare questi materiali senza aggiungere qualcosa che contaminerebbe l’ambiente? Da dove deriva la nostra voglia di aggiungere? Se fosse tutto un semplice gioco del “se”? 
Per ora cerco risposte.

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Posizione
Napoli
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